Biografia di Paola Bonani

Giuliano Giuliani è nato ad Ascoli Piceno il 24 marzo 1954. La vocazione alla scultura e la scelta della pietra come materiale per le sue opere affondano le radici nell’immaginario dei suoi anni giovanili: nelle ore passate ad osservare il padre e lo zio al lavoro nella cava di famiglia a Colle San Marco. Un luogo che gli appartiene da sempre: acquistato qualche anno prima della nascita dell’artista, è stato da lui ereditato dopo la dismissione delle attività di scavo negli anni Ottanta. Ed è lì che ancora oggi Giuliani vive e lavora. «Le mie prime pietre: le tecniche le rubavo in cava – ricorda Giuliani – così come gli strumenti del lavoro (mazzuolo, pichetta, graffione, buciarda, frullini, scalpelli, martelli…). Cercando di non far arrabbiare mio padre» (G. Giuliani, Biografia, in cat., Ferrara, 2002, p. 53). È in quel luogo che egli apprende i primi rudimenti tecnici e con essi la convinzione che il lavoro sia indissolubilmente legato ad un confronto serrato con la materia, al compimento di una fatica, che impegna mente e corpo, nel continuo tentativo di piegare alle proprie idee l’asperità della pietra e di sondarne limiti e fragilità. 


Tra il 1971 e il 1975, Giuliani frequenta l’Istituto Statale d’Arte di Ascoli Piceno. Durante l’ultimo anno di studi, lo scultore tiene la sua prima mostra personale alla Galleria Nuove Proposte di Ascoli dal 22 al 29 marzo 1975. Vi presenta un gruppo di dodici opere in travertino tutte realizzate nella prima metà del decennio. Si tratta di una serie di nudi e torsi, che, pur nell’insistito richiamo alla figura umana, rivelano da subito un impianto non tradizionale della forma. Carlo Melloni, che presenta Giuliani nel catalogo dell’esposizione, cita alcuni illustri precedenti per le sue opere e scrive: «L’accostamento a Moore non è casuale perché è evidente che Giuliani conosce le sculture del maestro inglese, così come non ignora certe opere di Fontana, Leoncillo e Marini, tanto per fare i nomi di una tradizione scultorea nostrana (…). I suoi ultimi lavori – pochi, in verità, per poter esprimere un compiuto giudizio – mostrano l’apprezzabile tendenza a uscire da certi schemi enfatici e purovisibilistici, propri di un tipo di scultura accademica, per arrivare a forme meno definite: torsi monchi e vagamente acefali in una compenetrazione di volumi che vogliono esprimere trasporto verso un naturalismo vitalistico, tattile e sensuale, più che ottico» (C. Melloni, Giuliano Giuliani, cat.Ascoli Piceno, 1975).

L’anno successivo, con un’opera dal titolo Un regalo per Angelo, anch’essa raffigurante un corpo le cui forme emergono a stento dalla pietra grezza, l’artista viene premiato con la “Medaglia G.B. Salvi 1976” in occasione della XXVI Edizione della Mostra d’Arte Contemporanea G.B. Salvi, ospitata nel Palazzo Oliva di Sassoferrato dal 25 luglio al 22 agosto.
Conclusi gli studi superiori, alla fine degli anni Settanta, Giuliani si iscrive all’Accademia di Belle Arti di Macerata. Qui segue le lezioni di Valeriano Trubbiani nella sezione di scultura. Nello stesso periodo, l’artista realizza una serie di opere che intitola Particolari anatomici, in cui la figura umana è ridotta in frammenti e porzioni a stento riconoscibili.
Nel corso degli anni Ottanta, Giuliani espone i Particolari anatomici in diverse mostre collettive (per il regesto completo delle esposizioni si rimanda all’elenco in calce a questo stesso volume), tra cui: la Rassegna di artisti piceni. Arte come coscienza critica della società nella Sala delle Colonne del Municipio di Ascoli Piceno dal 23 dicembre 1980 al 7 gennaio 1981; L’Arte oggi nelle Marche, ospitata al Palazzo Sangallo di Tolentino nel dicembre 1983; la XXXVI Rassegna d’arte contemporanea “G.B. Salvi” e “Piccola Europa”, che si tiene dal 20 luglio al 17 agosto 1986 presso il Palazzo Oliva di Sassoferrato (Giuliani è invitato nella sezione dedicata agli Artisti marchigiani giovani 1950-1959); l’esposizione Delle Marche.
Una ricognizione artistica nel territorio, a cura di Armando Ginesi, tenutasi dal 24 settembre
al 22 novembre del 1987 al Palazzo Pianetti di Jesi.
I Particolari anatomici, ancor più delle sculture precedenti, evidenziano la distanza di Giuliani dagli insegnamenti di stampo accademico. A questo proposito Melloni osserva: «Giuliani non ha seguito il maestro (abilissimo manipolatore di metalli) nell’uso dei materiali, preferendo l’ingrato e gravoso travertino della paterna cava del Colle S. Marco. Ma il “tradimento” del maestro non si limita a questo dato strumentale. Mentre Trubbiani inclina ad una scultura finita, nel senso ideologico oltre che tecnico, perché egli ritiene ogni volta di caricare di simboli e di significati inequivoci le sue sculture, Giuliani rifugge, per propria natura, da qualsiasi messaggio. La sua opera plastica si compone di frammenti, di blocchi spesso lasciati parzialmente grezzi (…). Intendo dire che in queste opere la sindrome naturalistica non è assente, ma l’artista non la pone in evidenza nella sua cristallizzata forma fisica, preferendo lasciare all’osservatore il compito di penetrare soggettivamente la materia,
per andare alla scoperta di quel suo retroterra latente di cui Giuliani lascia intuire lo spessore idealistico, ma non la connotazione bruta e risaputa» (C. Melloni, Giuliano Giuliani, cat., Ascoli Piceno, 1980-1981).
Tra ottobre e novembre del 1988 Giuliani è invitato da Mariano Apa e Giovanni Venturini alla mostra Dialoghi nell’arte/3. Forma Figura, che si tiene presso il Palazzo Ducale di Gubbio. L’artista vi partecipa con alcune opere realizzate alla fine del decennio precedente (Torso del 1976-77, Cariatide del 1977-79 e Capelli del 1978). Apa, che da allora tornerà frequentemente ad occuparsi del lavoro dell’artista, sottolinea in quest’occasione la sua particolare concezione della scultura, come intenso lavoro sulla materia: «Giuliani riprende la antica arte di fare da solo il lavoro della pietra, di scalpellare il travertino fino a infondere alla massa informe la figura voluta. (…) Giuliani vuole stampare nella coscienza l’idealità della scultura come “lingua viva”, come odore di corpo, come racconto di storia. Rinnovando la sintassi della tradizione, lo scultore piceno arriva a riproporre l’energia della forza primigenia, della energia che ha fatto alzare ritti gli uomini e ha permesso la declamazione del proprio nome. (…) Anacronistico concepire, che tutto è proiettato nel futuro, perché la difficilissima arte della scultura è il luogo della verifica delle proprie energie, della propria intima energia vitale, che Giuliani immette come dal di dentro del travertino, così che più che “togliere”, sembra che Giuliani scolpisca per “aggiunta”, dando vita ed esistenza alla informe materia» (M. Apa, Giuliano Giuliani, cat., Gubbio, 1988).

Nel 1989 Giuliani viene premiato alla rassegna regionale del Premio Marche. Biennale d’Arte contemporanea, che si svolge dal 2 settembre all’1 ottobre al Palazzo degli Anziani di Ancona. L’anno successivo, quindi, viene invitato nella sezione degli artisti premiati dell’edizione nazionale della stessa mostra, ospitata alla Fiera di Ancona dal 15 luglio al 31 agosto 1990.
Allo scadere degli anni Ottanta, l’artista esegue un ristretto numero di sculture (tra cui Androgino del 1987, Donna dal viso verde del 1988, Donna e monte dello stesso anno e La Bella del 1989), in cui compie un parziale recupero della figura umana. È, tuttavia, proprio in quello stesso momento che più forte e manifesta si va facendo in lui l’esigenza di un rinnovamento totale del linguaggio e la necessità di abbandonare qualsiasi referente figurativo.
Il nuovo indirizzo sembra preannunciato dall’opera Pelle del 1989, in cui Giuliani, scavando il busto di una figura acefala, ne riduce il corpo al solo rivestimento esterno. Tra la fine del 1989 e la prima metà del 1990, realizza Il muro, che viene esposto nel settembre del 1990 alla mostra Ripe 90. I volumi dell’urbano a Ripe di San Ginesio (con il titolo Parete e senza le inserzioni di gesso che presenta attualmente). Tra il 1990 e il 1991, infine, esegue opere come Il tempio e La vela, entrambe in travertino e gesso, L’ameba, in travertino, gesso e pigmento di stoffa, L’Africa, in travertino, gesso e pigmento e Lo scudo, in travertino.
Con questo gruppo di opere la sua ricerca raggiunge la fase più matura. Lo scultore crea
con la pietra, a cui resta visceralmente legato, forme del tutto nuove rispetto alle precedenti.
Il suo intervento sulla materia diviene più invasivo. Una volta estratto il blocco dalla parete
della cava, Giuliani ne lavora una superficie e su di essa trasferisce l’immagine della scultura così come s’è configurata nella sua mente. In seguito, invece di chiudere la forma in un volume, con un lungo e faticoso lavoro, scava il retro di questa stessa immagine fino a ridurre il blocco ad una pellicola di pochi millimetri di spessore, fino a negarne la stessa natura di pietra, il suo peso, la sua resistenza. «Ossessivo, paziente è il processo di smaterializzazione, di scavo, di svuotamento con cui egli trasforma il blocco compatto e duro in una lamina sottile dagli andamenti modulari. L’inquietudine del fare si placa nel raggiungimento della trasparenza luminosa di un foglio di pietra, liberamente modellato» (C. Lorenzetti, Giuliano Giuliani, in “Quaderni di scultura contemporanea”, Roma, 2001, p. 311). Il travertino è così trasformato in una membrana, attraverso le cui fessure (alcune previste nel progetto iniziale, altre generate dalle sollecitazioni a cui l’artista sottopone la materia) passano aria e luce.
Diversamente da quanto accadeva nelle prime sculture, ora Giuliani non opera più sul pieno
ma sul vuoto, non costruisce più volumi ma involucri di spazio, non crea più una massa con
un ingombro ma giunge a definire uno spazio circoscrivendone il suo limite. A questo processo di riduzione imposto alla materia corrisponde un’analoga sintesi d’immagine. Abbandonata la rappresentazione della figura umana, le forme delle sue sculture si semplificano al punto da sfiorare in alcuni casi l’astrazione. A questa, tuttavia, si contrappone la forza evocativa dei titoli, che l’artista attribuisce a gran parte dei suoi lavori e in cui si percepisce ancora un’eco lontana della realtà.
La vela, L’ameba, L’Africa, insieme a La mensola e L’onda, realizzate nel 1992, vengono
tutte esposte nella prima personale che l’artista tiene a Roma, dal 22 ottobre al 23 novembre 1992, alla Galleria de’ Serpenti. Mariano Apa nella sua presentazione in catalogo scrive: «Il travertino per Giuliani è la tenebra da cui distillare le forme intrise di luce: porosa, opaca, sensualmente impressa al flessuoso gesso che trasfigura “dal di dentro” il corpo del travertino.
La martiniana “Scultura lingua morta” è letta da Giuliani con il Wildt de “L’arte del marmo”, (l’opera d’arte è) “decisa perché hai concetto nella mente” e “… che nessun lato si avvantaggi tanto sugli altri da romper l’equilibrio, così da farti uscire da quell’armonia di piani, di volumi, di linee, che dev’essere per te il principio, la via e il fine”. (…) “… Un peculiare equilibrio di pieni e di vuoti costituisce così la caratteristica della tua concezione e la ragion d’essere della tua opera”. I travertini scavati sono recipienti, acquasantiere, sono vuoti grembi dove primitive intuizioni ossificate sono accarezzate da forte salsedine; pulsa un cuore nello scafandro, s’apre una fessura strombata nel particolare architettonico, e lascia Giuliani che noi si immagini, attorno l’opera, il corpo intero dell’uomo, dell’edificio di una pieve…» (M. Apa, Fragilità custodite, cat., Roma, 1992).
Sempre nel 1992, Giuliani partecipa alla mostra L’ulivo ritrovato. Incontro di giovani artisti, organizzata nel centro storico di Cervaro dal 21 al 28 giugno, dove gli viene assegnato il “Premio Stampa”. Dal 19 luglio al 30 agosto espone Lo scudo e L’ameba alla I Rassegna d’Arte Contemporanea. Motu proprio. Astrazione e/o Figurazione, curata da Carlo Melloni a Monteprandone. Nella seconda metà dell’anno presenta tre opere (Il Patibolo, 1992, Il tronco, 1992, Il purgatorio, 1992) a Penne, nel cortile di San Giovanni, in occasione della rassegna Arte e architettura. Undicesima Biennale Città di Penne. Dal 14 novembre all’8 dicembre è invitato alla mostra 7 Confluenze 7. Pittura nelle Marche a Fabriano.
Nel 1993 realizza L’eremo, L’affresco e Mattezza o lei, tre sculture in travertino con inserti di gesso. Come già era avvenuto in alcuni lavori precedenti, Giuliani utilizza il gesso per riempire un vuoto sulla superficie della pietra (Il muro), o per completare una forma (Il tempio), o per aggiungere un elemento figurale al corpo di travertino (La vela e L’eremo). Ciò che gli interessa è il contrasto tra i due materiali: «Il gesso è per me l’altra parte, quasi l’altra anima della scultura; alla scultura nata dal togliere si affianca la scultura che scende dal mettere.
L’artificio si sovrappone al già dato; e al bianco, l’ombra del bianco» (C. Lorenzetti, Colloquio con Giuliano Giuliani, cat., Ferrara, 2002, p. 52).

L’eremo viene presentato da Giuliani nel maggio dello stesso 1993 alla mostra Dialogo presso la Pinacoteca Civica di Ancona. Alla fine dell’anno l’artista espone, accanto a Rocco Natale e Egidio Del Bianco, alla mostra Orientamenti della scultura alla Civica Pinacoteca di Macerata. A proposito dei suoi ultimi lavori e dell’utilizzo del gesso, Anna Caterina Toni scrive: «Le forme scultoree create dall’artista assumono il significato di simboli, evocano immagini primordiali, ma al tempo stesso esaltano le qualità della pietra, il suo trasformarsi per l’assorbimento della luce, per l’affiorare di colorazioni naturali, per le anfrattuosità insite nella sua essenza organica, in un manufatto intatto nella sua purezza e integrità. Il primitivismo delle opere di Giuliani è dunque riconoscibile e identificabile nei caratteri di severa essenzialità, di semplicità e linearità delle composizioni, nell’atmosfera di sacralità del reperto.
Sperimentazioni recenti, eseguite sul materiale negli ultimi anni, hanno indotto l’artista a completare i vuoti naturali della pietra con inserimenti o completamenti delle parti mancanti, realizzati in gesso. (…) Giuliani piega il materiale a possibilità combinatorie, che ne annullano il primario linguaggio naturalistico, rarefatto e univoco, in un adeguamento espressivo alle possibilità inventive della creatività artistica. Gli inserimenti e gli interventi in gesso sottolineano infatti la presenza dell’uomo, la sua discrezionalità nel rispettare il reperto o nel volerlo modificare secondo i propri intendimenti» (A.C. Toni, Orientamenti della scultura, cat., Macerata 1993-1994).

Tra il 1994 e il 1996, diverse sono le collettive a cui Giuliani prende parte: Geografia dell’Altrove. Spiritualità dell’arte astratta, curata da Mariano Apa alla Pinacoteca Comunale di Terni dal primo al 24 luglio del 1994; il Premio Marche 1994. Biennale d’Arte Contemporanea alla Mole Vanvitelliana di Ancona dal primo dicembre 1994 al 31 gennaio 1995 (esporrà di nuovo a questa rassegna nell’edizione successiva del 1996); la mostra Iconografi, curata sempre da Mariano Apa presso l’Eremo di San Marco e l’Istituto d’Arte di Ascoli Piceno a dicembre del 1994; la XXVI Biennale d’Arte di Alatri. Tendenze del contemporaneo, ordinata da Micol Forti e Luigi Fiorletta al Chiostro di San Francesco di Alatri dal 21 settembre al 31 ottobre del 1996; e la mostra Luoghi del tempo. Itinerario artistico tenutasi ad Aprilia dal 2 novembre al 22 dicembre dello stesso anno.
Nel 1997 Giuliani dichiara a proposito del suo lavoro: «Potrei definire il momento attuale come un momento di crisi. Ho come concluso una fase della mia ricerca e questo mi porta alla necessità di avere molta concentrazione, per ricostruire tutta una serie di tessere e poter arrivare a delle conclusioni. (…) Spero che nelle mie pietre ci sia una quantità spirituale che, anche se pochi, alcuni possono cogliere. In futuro vorrei dare maggiore spiritualità, una sorta di coinvolgimento mistico (…) deve accadere qualcosa di particolare di fronte al mio lavoro.
Si dovrebbe intravedere non solo “l’oltre”, ma anche l’immanenza di qualcosa di altamente spirituale» (Incontro con gli artisti, cat., Aprilia, 1997, p. 106).

Quello stesso anno realizza due nuove sculture, Ostia e Gilberto ed Elmo, che precisano ulteriormente due prospettive della sua ricerca. La prima risponde apertamente all’intenzione dell’artista di caricare le sue opere di un significato che le trascenda. Come già era accaduto con Il tempio (1990-91), con L’ambone (1994-96), e come avverrà con la Montagna cattedrale (1998) e con la Porta (2000), Ostia attraverso l’evocazione di un simbolo richiama la celebrazione del rito, ossia di quel momento unico in cui la dimensione umana cerca di superare se stessa ed entrare in comunicazione con il soprannaturale e il divino. Le tracce di questa tensione sono impresse da Giuliani nella materia stessa, nel suo mutamento di stato, nell’alchemica trasformazione della pietra in una superficie permeabile alla luce e all’aria, nell’eliminazione delle scorie alla ricerca dell’anima virtuosa della materia.

A proposito di Ostia, Fabrizio D’Amico ha scritto: «il marmo è mutilo e percorso dal lavoro esercitato dallo scultore sulla sua pelle levigata; e le lacune del travertino, talvolta integrate da un candido gesso, sono altrove lasciate in evidenza: che si sappia, infine, la lunga via verso la forma che ha percorso, che si riconosca il suo patimento: che il titolo stesso, d’altronde, non cela. (…) La suggestione simbolica è forte in Giuliani: contenuta da quel dire aspro, ottenuto per frammentazione d’una unità, d’una perfezione, che è nello scultore marchigiano ad evidenza inconfessata speranza e approdo temuto» (F. D’Amico, Una fiaba negli abissi, in “La Repubblica”, Roma, 27 ottobre 1997).
Con Gilberto ed Elmo, invece, la scultura instaura un più deciso rapporto con lo spazio in cui è inserita, così come avverrà anche in Senza titolo (2001), realizzata per il Museo di Scultura Contemporanea della Torre Martiniana di Cagli, o nella più recente È risorto–Spirali (2004-2006). Nell’opera del 1997 la lastra di travertino si avviluppa in andamenti sinuosi, le sue volute circuiscono lo spazio esterno e lo muovono attraverso una più serrata alternanza tra zone di luce e punti di ombra (un ritmo accentuato anche dal contrasto tra il colore della pietra e quello del gesso). «Fa che io non resti nelle tre dimensioni, dove si nasconde la morte», aveva scritto Arturo Martini. In risposta a queste parole, la pietra di Giuliani, faticosamente liberata dal suo ingombro e dal suo peso, si stende nello spazio, lo cattura e lo muove, dando a chi l’osserva una percezione nuova del luogo in cui la scultura è inserita.

Ostia e Gilberto ed Elmo vengono entrambe esposte nell’ottobre del 1997 alla mostra, curata da Roberta Perfetti, Bianco & Nero. Roberto Almagno, Giuliano Giuliani, Ernesto Porcari, presso l’ex Chiesa di Santa Rita a Roma. Quello stesso anno Giuliani viene invitato da Floriano De Santi alla 49a Edizione del Premio Michetti. Gli archetipi immaginali nell’arte contemporanea, che si tiene al Palazzo San Domenico di Francavilla al Mare dal 2 agosto al 14 settembre.
Dalla fine degli anni Novanta ad oggi, l’artista prende parte a numerose altre collettive.
Nel 1998, ad esempio, espone alla VIII Biennale d’arte sacra organizzata presso il Museo Staurós d’Arte Sacra Contemporanea di San Gabriele, a cura di Maurizio Calvesi. Giuliani sarà presente anche alle quattro successive edizioni della rassegna fino al 2006. Sempre nel 1998 è invitato all’esposizione Nuove contaminazioni. Scultura, spazio, città, organizzata da Enrico Crispolti, tra luglio e settembre, alla Galleria d’Arte Moderna di Udine. Negli stessi mesi partecipa alla mostra La scultura marchigiana dal dopoguerra ad oggi 1945-1998, curata da Floriano De Santi alla Mole Vanvitelliana di Ancona. Nel 2000 è tra gli artisti riuniti a Matera, dal 24 giugno al 30 settembre, nel Periplo della scultura contemporanea 2, curata da Giuseppe Appella, Pier Giovanni Castagnoli e Fabrizio D’Amico. Mentre, dal 15 settembre al 15 ottobre, espone alla mostra BNL: una Banca per l’arte oltre il mecenatismo. Giovani artisti all’inizio del nuovo millennio al Chiostro del Bramante a Roma, a cura di Enzo Bilardello. Nell’estate del 2001 è invitato alla rassegna XLVI Mostra nazionale d’arte contemporanea.

Intenso essenziale, ordinata alla Galleria Civica d’Arte Contemporanea di Termoli. Dal 4 al 31 agosto una sua piccola scultura è inviata a Tokio in occasione della Small Stone Exhibition presso la Plaza Gallery.
Alla fine del 2001, l’opera Senza titolo entra a far parte della collezione del Centro per la Scultura Contemporanea di Cagli. In occasione dell’acquisizione, si apre presso il Museo Archeologico della città una mostra in cui Giuliani espone un piccolo nucleo di disegni. È questa una delle rare occasioni, insieme alla mostra odierna, avute da Giuliani per presentare al pubblico i suoi lavori su carta.
Nel 2002 il Padiglione d’Arte Contemporanea di Palazzo Massari a Ferrara ospita, dal 20 ottobre all’8 dicembre, la sua prima mostra personale in uno spazio pubblico, curata da Fabrizio D’Amico e da Angelo Andreotti. L’anno successivo è tra gli artisti italiani presentati da Lorenzo Canova al Parlamento Europeo nella mostra Futuro italiano. Ancora nel 2003, inaugura, insieme a Anna Ajò, Immacolata Datti, Carlo Lorenzetti e Costas Varotsos, il “Parco di sculture Casilino Labicano” a Roma, dove colloca l’opera Porta. Nel 2004 è invitato da Armando Ginesi e Carlo Melloni al Museo d’Arte Contemporanea di Castel di Lama, dal 22 maggio al 31 luglio, alla mostra Marche arte 2004. Aspetti dell’arte contemporanea marchigiana. Una nuova personale dell’artista si tiene, tra dicembre del 2004 e gennaio del 2005, nella chiesa rupestre della Madonna delle Virtù di Matera, dove Giuseppe Appella presenta il Presepe incantato. Nel 2005 Giuliani viene invitato a partecipare ad uno degli eventi nell’ambito della 51ma Biennale di Venezia: la mostra Già…e non ancora artisti e liturgia oggi. Esposizione d’arte contemporanea, ospitata nella Chiesa di San Lio dal 12 giugno all’8 ottobre.

Nel 2007 due ampie mostre personali sono organizzate a Loreto e a Bergamo: la prima, a cura di Mariano Apa, si tiene dal 21 luglio al 16 settembre, presso il Bastione Sangallo, all’interno della rassegna Geografia dell’arte delle Marche con Bruno Mangiaterra e Rossano Guerra, mentre la seconda, a cura di Fabrizio D’Amico, è ospitata alla Galleria Ceribelli dal 27 ottobre all’8 dicembre e raccoglie una serie di lavori datati tra il 1991 e il 2007.  Nel 2008 viene invitato da Marisa Vescovo alla mostra La sindrome di Icaro a Borgo Seghetti Panichi e nel 2009 da Valerio Deò con Terenzio Eusebi, Dalla carta alla pietra alla Galleria Villa Picena di Colli del Tronto. Nel 2011 espone a Bologna alla mostra Cinque artisti a San Domenico curata da Beatrice Buscaroli e Davide Rondoni. Lo stesso anno prende parte al XVIII Premio di scultura Edgardo Mannucci, curato da Stefano Papetti ad Arcevia e viene invitato da Giuseppe Appella a presentare un presepe in travertino nel Duomo di Orvieto. Nel 2012 un’ampia personale a cura di Fabrizio D’Amico si tiene al Museo di Roma in Trastevere dal 6 giugno all’8 luglio.

Le sculture di Giuliani, oltre che in numerose raccolte private, sono presenti nelle collezioni di Arte contemporanea dei Musei Vaticani, della Banca Nazionale del Lavoro di Roma, del Museo della Scultura Contemporanea di Matera, del Museo d’Arte Paolo Pini di Milano, del Centro per la Scultura Contemporanea di Cagli, del Museo Diocesano di Lecce, e all’interno del Parco Scultura Trasanni a Urbino, del Parco delle Sculture Casilino-Labicano a Roma e della città di Brufa.

Recentemente l’artista ha realizzato un monumento alla memoria di Eric Waters, genitore del leader dei Pink Floyd Roger Waters, caduto durante lo sbarco di Anzio. L’opera è stata inaugurata nella campagna di Aprilia alla presenza del musicista inglese.

Dal 12 maggio al 30 giugno 2015 l'artista ha partecipato alla mostra "Trincee. Il mondo in fiamme e la morte" presso il Centro per l'arte contemporanea La Nuova Pesa di Roma.

Dal 23 gennaio al 12 Febbraio 2016 l'artista ha partecipato alla mostra "Storia di un anno: Giuliano Giuliani" Conversione di San Paolo MONSERRATOARTE900  Con il patrocinio di Nessuno Tocchi Caino S: Lucia del Gonfalone, via dei Banchi Vecchi 12, Roma A cura di: Vincenzo Mazzarella e Paolo Bielli. Inaugurazione: 23 gennaio 2016, ore 11,30. 

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